Ha senso ancora oggi parlare di sogno? Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Gualtiero Isacchi, Maria Concetta Di Natale, don Nicola Gaglio, Sergio Intorre, Ciro Lomonte e Lorenzo Mercurio sono i relatori che dialogheranno col pubblico, introdotti dall’immagine iconica di un re, disteso sotto un carrubo. Per rispondere a questo interrogativo iniziale, occorre spogliarsi della nostra concezione contemporanea, che spesso declassa il sogno a semplice illusione o fuga dalla realtà, e restituirgli la sua antica dignità. Quell’abbandono all’ombra delle fronde non è il preludio di una fiaba, ma il riflesso di una profonda tradizione spirituale. Il tema delle visioni oniriche, infatti, è caro alle Sacre Scritture, poiché nel momento in cui il corpo si abbandona alla stanchezza e le cose del mondo diventano lontane e inconsistenti, la voce di Dio si fa presente, chiara e inequivocabile. Così accade a Giacobbe. Nella Cattedrale di Monreale, un mosaico di rara bellezza raffigura il patriarca nel sonno: poggia la testa su una pietra e, accanto a lui, una scala lo conduce fino a Dio, che gli chiede di costruire un altare. È una scena non dissimile da quella che vive il Re Buono. Guglielmo, sdraiato sotto un carrubo, vede in sogno la Madonna, la Madre delle madri, che lo invita a scavare sotto l’albero per dissotterrare un tesoro e costruire una Cattedrale tutta d’oro: “Nel luogo dove stai dormendo è nascosto il più grande tesoro del mondo: dissotterralo e costruisci un tempio in mio onore”. Destatosi dal sonno, nel punto esatto indicato dalla Vergine, il re normanno fa sradicare il carrubo e porta alla luce la “truvatura”. Il tesoro era lì, seppellito, come sovente accade con i talenti che Dio ci dona e che noi teniamo nascosti per timore. Il carrubo, con il suo tronco e le sue radici, è il guardiano che si rivela nella sua possanza, nella sua ombra densa e compatta. È un albero che cresce con una lentezza che ricorda i “tempi di Dio”, dell’attesa e della pazienza. Chi pianta un carrubo non ne raccoglierà i frutti: è la pianta di chi costruisce per chi verrà dopo. E Guglielmo costruisce. Guidato dalla sapienza teologica di architetti e maestri dell’arte musiva, innalza la sua opera, pur sapendo che la sua breve vita non gli permetterà di vederne i frutti maturi, l’oro splendente della sua Cattedrale. Le monete d’oro e le ricchezze, quel “bottino oscuro” ereditato dal padre, con l’edificazione di Santa Maria Nuova subiscono un vero e proprio cambio di stato: da materia solida si tramutano in vibratili raggi di luce. La Bellezza che il re Guglielmo aveva visto nel suo sogno non si è mai affievolita; ancora oggi continua a destare le menti annebbiate per indirizzare gli occhi non verso l’ombra delle fronde, bensì verso l’Odogitria splendente, Colei che indica la via. Quando la Vergine ordina di edificare il tempio, non chiede un santuario privato per il re, ma un’opera concepita per travolgere chiunque ne varchi la soglia. Il significato più profondo del sogno di Guglielmo, nel XII secolo come oggi nel 2026, è che la rivelazione della Bellezza è l’unica forza capace di sopravvivere al tempo, ed è un idioma universale che si rivolge al mondo senza divisioni, privilegi né pregiudizi. Le pareti del Duomo rappresentano la celebrazione della polilalia: un alfabeto universale che non ha bisogno di traduzioni, ma di cuori capaci di abbandonarsi al sogno, in un mondo spesso incapace di spingersi oltre la materia e la sua opaca ragione. Il carrubo era il protettore del tesoro di Guglielmo. Ma noi, oggi, ci sentiamo ancora alberi sentinella come il carrubo? Abbiamo radici capaci di trattenere con gratitudine il patrimonio che il Re Buono ci ha lasciato? Tradire questo lascito significa far morire la bellezza, che per vivere ha bisogno di donne e uomini che continuino a credere nel sogno. Guglielmo non è rimasto prigioniero del torpore: dopo essersi abbandonato alla grande stanchezza, si è destato e ha agito da uomo saggio e giusto. In un’epoca frammentata e distratta come la nostra, il messaggio del sogno normanno è dirompente: è un invito a risvegliarsi. Come Guglielmo si scosse all’ombra del carrubo per dare inizio all’opera, così la voce di chi fa cultura oggi deve scuotere le coscienze. La “truvatura” non è più da scovare sotto terra, poiché ci è stato donato il privilegio di “vedere” l’oro. La nostra vera “truvatura” risiede nella capacità della nostra comunità di unirsi per difendere l’arte, la storia e la memoria.
Maria Sapienza.
